La Regione delle Province

L’idea secondo la quale il modo migliore di rendere “uno” un paese diviso è quello di riconoscerne le diversità, rappresenta la sintesi dal quale prende le mosse, trae legittimazione ed assume sostanza il progetto “Per la costituzione di una Nuova Regione” in luogo dell’unica ed ormai non più rispondente Regione Lazio: un variegato mondo di realtà diverse fatte da un lato, dalla metropoli romana con i problemi e le complicazioni di una grande città, alle prese con grandi numeri, grandi progetti, aspettative e futuro sicuro; dall’altra parte, i Comuni della Provincia romana, Comuni di confine e capoluoghi di Provincia, capofila di 257 municipi, che seppur segnati nell’attuale fase di sviluppo economico da una forte difficoltà di competere nel mondo dei sistemi produttivi, rappresentano piccole comunità locali, che fanno del Lazio una “Regione dei campanili”, rappresentando un vero e proprio serbatoio di eccellenza ed un punto di forza della strategia fondata sullo sviluppo della qualità. È da questo scenario che sale la pretesa autonomistica, certamente di rottura, che molti dei territori delle Province laziali avanzano nei confronti della supremazia dell’ambito romano, che non nasce dalla voglia di un secessionismo sterile fine a se stesso e pretestuoso, ma dalla profonda convinzione che un unione forzata come quella che tiene salde, nei confini laziali, le Province di Latina, Frosinone, Rieti, Viterbo ed i tanti piccoli Comuni dell’area romana e la Capitale, non sia più in grado di garantire alcun futuro ai cittadini ivi stanziati.
DOVE CRESCE IL VALORE DEGLI INTERESSI COMUNI
La garanzia di libertà conferita alle diverse collettività territoriali nel perseguimento e nella gestione di interessi locali, mediante il riconoscimento di una posizione di autonomia in favore dei rispettivi enti esponenziali, è un diritto riconosciuto e tutelabile. I governi che si sono succeduti nell’amministrazione della Regione Lazio, a prescindere dalla loro interpretazione politica, hanno disatteso questi capisaldi costituzionali, negando ai tanti territori, fuori dall’area romana autoregolamentazione, autonomia, rispetto e pari dignità. Il principio autonomistico non deve consistere solo in una risoluzione di intenti, ma deve essere elevato a principio fondamentale dell’ordinamento, che deve riconoscere e promuovere le autonomie ed il decentramento, adeguando la sua legislazione a tali principi e metodi. Le differenze che da tempo hanno tenuto insieme le Province del Lazio quali Latina, Rieti, Viterbo e Frosinone sono divenute oggi tanto più evidenti quanto deflagranti, sino a che “l’uno” non è più in grado di garantire pari dignità ed adeguata rappresentatività agli enti esponenziali che all’interno di confini, predefiniti ed imposti, amministrano la loro quotidianità. La proclamazione dunque di maggiore autonomia e dignità nelle forme consentite, rappresenta una richiesta condivisibile, in quanto costituisce per i cittadini a cui queste Province, danno voce, garanzia di democrazia e di libertà. Una autonomia che va intesa non soltanto come un fine, ma anche e soprattutto come un mezzo per riconoscere il valore delle singole persone ed assicurare la loro realizzazione attraverso la partecipazione alla vita sociale. Nell’idea di autonomia, quella autonomia che questo progetto tende a realizzare, vi è sempre un principio di autogoverno sociale che motiva la costituzione di questa nuova Regione in quanto necessaria a vivificare la partecipazione sociale, a rendere effettiva, cioè, la libertà dei singoli e dei gruppi sociali, come presenza attiva nella gestione di amministrazioni comuni, che all’interno dei confini laziali non è più realizzabile.
UNA CULTURA CHE NON SI ARRENDE
Quel che rende necessaria la istituzione di una nuova Regione è la opportunità di sostanziare l’autonomia di cui questi territori hanno bisogno, attraverso il riconoscimento della potestà di produrre norme giuridiche che, con lo stesso valore ed efficacia di quelle emanate dallo Stato, contribuiscono a costituire un ordinamento proprio dell’ente che le produce, dirette, pensate ed indirizzate al territorio che le invoca in quanto espressione prima di autogoverno. Solo attraverso la istituzione di una regione nuova è possibile garantire ai territori laziali i caratteri dell’autonomia, dell’autarchia, del decentramento istituzionale amministrativo, del semplice decentramento territoriale e soprattutto della capacità di porre norme giuridiche esplicando una propria azione politica. Quell’azione politica che promana oggi la Regione Lazio, ma che non rispecchia più i voleri di territori troppo lontani a Roma, che non rappresenta più ne storicamente, ne socialmente, ne tantomeno economicamente quelle popolazioni troppo lontane dal pensiero cosmopolita e dalla interattività globale che caratterizza Roma ed il suo hinterland. Non una critica questa, ma solo una presa di coscienza che muove dal dato fattuale, che stigmatizza una distanza di vedute e di fondo che priva i territori delle province laziali di adeguata rappresentatività e potere di darsi una regolamentazione che tenga conto di necessità ed di esigenze proprie. Oltrechè alla impossibilità di autoregolamentarsi, la spinta che carica l’istanza di istituire una nuova Regione è la carenza sempre più estesa della rappresentatività, che dovrebbe assicurare una reale corrispondenza tra la volontà normativa propugnata dalla Regione e gli interessi sostanziali della comunità stessa. Essa si concretizza nella elezione diretta degli organi dell’ente da parte della comunità territoriale di riferimento, “autonomia organizzatoria”, per cui il suo indirizzo politico-amministrativo dovrebbe derivare dalla intera comunità, e non da una sua solo parte ancorché quest’ultima sia essa a conti fatti la maggioranza della propria comunità.
La Regione è un ente autonomo non per il fatto che sia elevata a persona giuridica, ma solo quando in questa persona giuridica sia organizzata in maniera autonoma e libera la vita locale, e vi sia autogoverno dei governati e la volontà e l’azione di questo ente sia rispondente ai principi e alle direttive prevalenti tra gli uomini che vivono su quel territorio. Lo spirito dunque che anima questa proposta è dato dalla consapevolezza che principi come quelli costituzionalmente garantiti siano venuti meno o comunque si siano gravemente affievoliti sotto la spinta di interessi, pure validi e legittimi, che non possono più essere condivisi da comunità troppo diverse, troppo lontane per spirito, potenzialità, risorse e aspettative.
UN REGIONALISMO CHE NON SI ARRENDE
Si guarda alla costituzione di un Regionalismo sostenibile quale riferimento per gruppi territoriali ossia come struttura che esprime interessi di popolazioni stanziate sul territorio. Si vuole disegnare un nuovo soggetto attributario della funzione di indirizzo politico ove vi ritroviamo in nuce il concetto di potere governativo e, a risalire, l’elemento fondante della funzione di governo: il potere di autoregolamentarsi, il potere di rappresentare concretamente istanze provenienti dal territorio, di esercitare politiche fiscali appropriate che si traducano in servizi ed utilities per le comunità che hanno contribuito direttamente a crearle, che costruiscano un futuro paritario, possibile tagliato e calibrato sulla struttura e le potenzialità del territorio. È avvertito ormai il timore di sperequazioni territoriali nel godimento di diritti fondamentali e nei contenuti dei servizi che la regione Lazio non offre più in maniera uniforme ed equa su tutto il territorio. Questo sentimento ci porta a valutare soluzioni radicali: un processo evolutivo che impone una separazione per non morire schiacciati dal peso, pur anche legittimo, di una realtà troppo diversa da quella dei nostri territori. Lapalissiani sono gli esempi quotidiani, le occasioni in cui il problema è palesato in tutte la sua mortificante realtà: un esempio su tutti, ben noto ai molti e alle cronache, che richiamano le parole del Presidente Marrazzo il quale sottolinea pubblicamente quanto la Regione Lazio, la nostra Regione abbia “puntato molto” sulla Festa del Cinema di Roma, in altri termini “ha investito tanto”, perché “questa” e solo questa “è la città del cinema” e credendo in questa festa “si aiuta il più importante distretto audiovisivo d’Europa”. Questo ha sottolinearlo il presidente della Regione, Piero Marrazzo, il quale dovrebbe non dimenticare che la sua Regione non è fatta solo di Roma in tutte le sue grandiose sfaccettature, ma di Comuni di Jenne, di Spigno Saturnia, di Cervara, che non sono in grado di offrire un palcoscenico mondiale e altrettanto altisonante al Governatore regionale. Con risorse di gran lunga minori si sarebbe potuto promuovere la cultura, lo spettacolo, il teatro in località come quelle di Capodimonte, Monte San Biagio, Camerata Nuova, Catel Sant’Angelo o Patena, dove le luci della ribalta romana non arrivano ma che nonostante questo potrebbero interpretare ruoli minori per sperare di crescere. Ma a volte l’oscurantismo romano a questi territori non offre neanche la possibilità di sperare!
Si vuole disegnare un nuovo soggetto attributario della funzione di indirizzo politico ove vi ritroviamo in nuce il concetto di potere governativo e, a risalire, l’elemento fondante della funzione di governo: il potere di autoregolamentarsi, il potere di rappresentare concretamente istanze provenienti dal territorio, di esercitare politiche fiscali appropriate che si traducano in servizi ed utilities per le comunità che hanno contribuito direttamente a crearle, che costruiscano un futuro paritario, possibile tagliato e calibrato sulla struttura e le potenzialità del territorio.

UN CAPITALE DI IDEE PER ANDARE INCONTRO AL FUTURO
Le Province laziali: Latina, Rieti, Viterbo e Frosinone insieme ai Comuni della Provincia di Roma che condividono con noi questo eadem sentire, formano un sistema di saperi e di esperienze civiche profondamente radicato nella storia che è loro propria, nella cultura che nei nostri territori si sviluppa cresce e matura, nelle nostre più efficaci risorse e potenzialità per la costruzione di un percorso sempre più avanzato di sviluppo e di crescita civile che non è più condivisibile con una provincia come quella di Roma che vive esperienze di livello più internazionale, che nutre aspettative di sviluppo destinate a veicolarla a pieno titolo in Europa e nel Mondo internazionale. In un mercato ormai globale le specificità delle realtà minori di cui è ricco il territorio laziale devono poter acquisire sempre maggior valore, conducendo i relativi territori ad una crescita maggiore della media del PIL nazionale, a contribuire concretamente alla definizione di una strategia politica mirante alla salvaguardia di tali realtà provinciali consentendo la valorizzazione del principale presidio del sistema ambientale, dei valori culturali, delle tradizioni e delle tipicità locali, nel contempo assicurando livelli di qualità di vita più sani di quelli dei grandi centri urbani. Con questo progetto si propone di dare sostanza, con la istituzione di una Nuova Regione, al principio della coesione territoriale e sociale, dando centralità alle politiche di contenimento dei processi di involuzione dello sviluppo, nelle piccole comunità laziali.
Nel nostro difficile presente avvertiamo con intensità i pericoli insiti nel progressivo distacco dei cittadini dalle istituzioni che rappresentiamo sul territorio, ma maggiormente dall’Ente Regionale che ormai troppo spesso fa fatica ad intercettarne i bisogni più profondi. Un ruolo quindi che dobbiamo rivendicare più vicino, più sensibile più operoso e che intendiamo interpretare e valorizzare offrendo una via percorribile alle realtà del territorio e rispondendo alle domande che salgono dalla società civile, favorendo la diffusione di forme di partecipazione democratica e di esperienze di buon governo che proprio nelle nascita di una nuova regione siamo sicuri troveranno un momento di espressione vitale e fecondo.
Credere Sostenere Partecipare Aderire a questo progetto, lavorare insieme perché questo si realizzi, significa gettare le basi per costruire un futuro, voluto dai cittadini, dalla comunità, dalle famiglie e gli studenti, dal mondo economico e sociale, dalle istituzioni che li rappresentano, perché si possa tornare insieme liberi di autodeterminare uno sviluppo ed una crescita equiordinata, nel rispetto delle diversità e della pari dignità di ognuno e costruire dal basso il “bene comune”.

















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