L’Aquila Disubbidiente

L'Aquila disubbidienteSINTESI
“È già difficile raccontare una vita, ma un’impresa ancora più ardua è raccontare la storia di una vita giovane, presto interrotta, finita in un cielo lontano da casa, lontano da affetti, amori, amicizie, luoghi. Una vita che sembra, a guardarla oggi con occhi svagati e accorti, aver preparato e, chissà, quasi atteso, durante i suoi venticinque anni, quell’ultima sfida con la morte, quell’ultima ineguale battaglia”.
Così inzia questo libro che ripercorre le diverse fasi della vita di Alfredo Fusco, tenente pilota, fino alla morte avvenuta in un combattimento aereo nel cielo di Albania il 20 febbraio 1941, all’inizio dell’ultima Guerra Mondiale. Alfredo Fusco è stato decorato con Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria, e a Castelforte (LT), paese dove sono i ricordi della sua famiglia, è presente un Monumento a lui dedicato.

L’ultima sfida dell’Aquila
Mi sono chiesto a lungo quale molla possa essere scattata nell’animo di Alfredo Fusco quando, quel tragico pomeriggio del 20 febbraio 1941, al primo “urlo” delle sirene, abbandonò l’infermeria nel quale era ricoverato da poche ore per correre a perdifiato sulla pista fangosa della base di Devoli, balzare sul primo G 50 “Freccia” e decollare verso l’appuntamento con la morte “in un cielo lontano da casa, lontano da affetti, amori, amicizie, luoghi”.
In fondo, Alfredo la sua parte l’aveva egregiamente fatta nei combattimenti del mattino: con i suoi compagni del 154° Gruppo Caccia Terrestri aveva condiviso l’abbattimento di dieci aerei avversari (era il tempo in cui le vittorie erano attribuite ai reparti per favorire lo spirito di squadra e non ai singoli piloti), era rimasto lievemente ferito, il suo “Freccia”, già mitragliato nella battaglia mattutina, era inservibile causa anche il rovinoso atterraggio di fortuna cui era stato costretto nei pressi dell’aeroporto albanese.
E, allora, perché quest’”aquila”, giovane e irrequieta, anziché godersi le spartane comodità e il gradevole tepore dell’infermeria o imboccare il varco di un rifugio antiaereo, strattonò la presa dei medici e degli infermieri di turno che tentavano di fermarlo e d’impeto, su un aereo non suo, scelse che si compisse un destino così tragico e crudele?
Mi hanno aiutato a trovare una risposta le pagine, intense e profonde, che di lui ha raccolto in questo libro la nipote Anna Fusco di Ravello, mi hanno aiutato a capire i saggi del Generale Mario Arpino, Franco Pagliano, Giorgio Apostolo e Giovanni Massimello e gli scritti accorati del Generale Giulio Cesare Graziani (una medaglia d’oro al valor militare, 6 medaglie d’argento al v.m., 1 una medaglia di bronzo al v.m., 2 avanzamenti e 1 promozione per merito di guerra), uno dei compagni di Alfredo nel “Corso Rex” del quale, mai sazio, il mostro della guerra, divorò metà (circa cento) delle giovani vite che, alla fine dei tre anni, conseguirono il grado di sottotenente-pilota.
E, bandendo ogni indugio o rischio retorico, credo che non ci sia altra risposta oltre questa. Alfredo Fusco, quel giorno, decollò per la sua ultima e ineguale battaglia per obbedire a motivazioni pure e nobili: il senso del dovere, il senso della lealtà e dell’onore personale e dell’Italia, il coraggio delle proprie azioni, lo spirito di sacrificio, la propria dignità.
Sono valori che riconducono ad un concetto risorgimentale di Patria che, prima di Alfredo, appartennero a Francesco Baracca e, con Alfredo, sono appartenuti a tutti ragazzi del “Corso Rex”, a quelli del Corso “Sparviero” (119 caduti su 223 sottotenenti piloti), agli altri del “Turbine” (80 morti in combattimento su 173 abilitati). Per nulla calzante, quindi, risulterebbe la ricerca di un rapporto con lo sfondo dell’ideologia allora imperante perché nè Alfredo Fusco, né gli altri del “Rex” e dei corsi successivi si lasciavano prendere dalla facile propaganda e dai luoghi comuni, preferendo ben altre letture alle biografie del Duce aviatore e ai saggi di mistica fascista che, esclusi dalle materie d’esame, rimasero, mai sfogliati, dentro i cassetti dell’aula di studio o sul “tavolaccio” della cella in cui quel simpatico “guascone” di Alfredo, quei simpatici “guasconi” del “Rex” spesso finivano per scontare trasgressioni di una gioventù esuberante, dando filo da torcere a quel Bove e quel Mirabella che, pur recitando rimproveri dovuti al ruolo, erano guardiani di manica larga soprattutto nella razione quotidiana di “sbobba” che distribuivano loro.
Ma quei valori risorgimentali sono ancora attuali in una società così profondamente cambiata? Anche se non è giusto morire nel pieno della gioventù come Alfredo, non ho dubbi: lo sono. Per gli stessi valori, sono sicuro che i piloti di oggi che prestano servizio nel prestigioso 6° Stormo “Alfredo Fusco” di stanza in Ghedi (Brescia), come tutti gli altri piloti o avieri dell’Aeronautica Militare, non esiterebbero a decollare e ripetere la nobiltà di un gesto del quale quest’“aquila disubbidiente” fu protagonista in un cielo lontano, grigio e piovoso, più di sessant’anni fa.
Meno convinto lo sono a proposito degli altri giovani che in una società dominata dalla comunicazione veloce e dai consumi ne subiscono il fascino e la venalità, correndo il rischio di percepire come valori, simboli che durano lo spazio di una stagione. Forse meglio dei libri di testo, possono contribuire a rendere attuali e a radicare in loro il senso del dovere, dell’onore, della lealtà e della dignità personale, quel concetto risorgimentale dell’amore per la Patria, storie semplici ed edificanti come quella di Alfredo Fusco, dei suoi compagni del “Rex” e di tutti coloro che persero la vita in guerra dinanzi ad avversari numericamente superiori e meglio equipaggiati, ma che essi affrontarono con coraggio fino all’ultimo. E, allora, chi ebbe la fortuna di tornare smetta di tacere prima che l’agone della vita si concluda e racconti alle generazioni di oggi la propria storia, o la storia dei Cenni, dei Buscaglia, dei Lucchini, dei Visconti, dei Faggioni, dei Bordoni-Bisleri, degli Ammannato, dei Cannepele e di tanti altri giovani prima che il tempo incrosti quella patina d’obliò scesa fatalmente su di essi come su Alfredo Fusco. Esattamente come ha fatto in questo libro Anna Fusco di Ravello che, sforzandosi di riordinare i suoi ricordi di bambina e di ragazza nata e cresciuta in una casa dove la memoria della zio, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, era intensamente vissuta, confrontando con essi la documentazione raccolta dai miei collaboratori, consegna ai giovani una storia che sottrarrà poco tempo, ma lascerà il segno nell’anima di ciascuno di loro al pari del monumento e della mostra a ricordo di Alfredo, realizzati nell’ambito delle celebrazioni per il conferimento della Medaglia d’oro al Merito Civile al Gonfalone della Provincia di Latina, contribuendo a rendere loro migliori come una società malata e bisognosa di ritrovarsi, impone d’essere, oggi, a ciascuno di noi senza che sia necessario per questo rimetterci la vita. E non importa da quale parte questi aviatori sfuggiti al tragico inganno di una vittoria impossibile stessero dopo l’8 settembre del ’43: pur nella inalterabilità dei giudizi della storia, importa soltanto che, sessant’anni dopo la fine della seconda, immane tragedia del primo Novecento, vincitori e vinti si stringano in un abbraccio che, seppellendo per sempre ogni odio, permetta di consolidare la Pace e la Democrazia facendo del nostro, un Paese che non abbia più bisogno di eroi. Sono sicuro che lassù questo abbraccio tra gli angeli azzurri c’è già stato e che Alfredo Fusco, simbolo di purezza, ne è stato tra i primi protagonisti. La storia narrata da Anna Fusco di Ravello è un messaggio a tutti noi. Perché la Memoria resterà sempre la più grande alleata della Pace e dell’Eguaglianza tra gli uomini.

Armando Cusani
Presidente della Provincia