Infanzia da sfollato

Infanzia da sfollatoDai vetri delle finestre rigati dalle gocce di pioggia, lo sguardo di Assunta frugava i dintorni di casa battuti da un tempo inclemente, come mai s’era visto di quel periodo.
Era il 23 settembre 2003 e una volta messo ordine in casa, per questa persona così altruista e generosa, restava poco o nulla da fare, perché di andare fuori, quando le prime avanguardie dell’autunno sferzavano le piante dell’orto ed i fiori del giardino, non era proprio il caso.
D’improvviso, qualcosa fermò lo sguardo di Assunta: era la vecchia valigetta avuta dalla Signora Antonietta, madre dell’Autore, perchè fosse bruciata e che lei, invece, chiese ed ottenne di conservare per ricordo. Nel pulirla, Assunta s’accorse subito del sottofondo, ma mai avrebbe immaginato che lo «scrigno», realizzato foderando sapientemente l’interno della valigetta con i giornali dell’epoca, custodisse un «tesoro» così prezioso: il legame con la vita, con gli affetti, con la storia, di Arturo D’Aprano, padre dell’Autore, nei due anni di internamento nei lager nazisti di Memmingen e Fullen che ne debilitarono irreversibilmente il fisico fino a provocarne la morte poco più di un mese dopo il ritorno alla libertà e nel giorno (il 27 gennaio) che i contemporanei avrebbero dedicato al ricordo della “Shoah”.
La lettura e la trascrizione di quel diario hanno riportato Ezio d’Aprano «in quel mondo messo tra parentesi», rimosso (apparentemente) «per pudore e per non rivivere» i dolorosi anni di guerra, motivandone l’intimo, felice bisogno, di consegnare al patrimonio della Memoria i suoi ricordi di «bambino nella guerra».
Dal vissuto del piccolo sfollato emergono pagine semplici e intense, sentimenti profondi attraverso i quali è possibile comprendere che la guerra non è riuscita ad uccidere o a distruggere qualcosa di fondamentale: la solidarietà tra le gente comune, il calore di tante famiglie del Nord che aprirono porte, braccia e cuori per accoglierne altre con niente nelle mani, se non una grande dignità pur nelle pietose condizioni in cui giunse dopo viaggi lunghi ed estenuanti tra fame, sete, malattie, pidocchi.
La gente di Castelforte non ha mai dimenticato la gente di Viadana e di San Matteo e conserva sentimenti di sincera riconoscenza. Così Ezio D’Aprano non ha mai dimenticato la “Corte Turchetti” e la famiglia Gelati che tanto fecero per lui e per la sua famiglia. Con questo libro straordinariamente neo-realista, l’Autore onora il suo debito di riconoscenza verso la gente di S.Matteo, e, pur nella tristezza che ne avvolge l’anima nel constatare che in quella “Corte” ormai non vive più nessuno, riesce a trasmettere un messaggio coinvolgente e di forte valore etico, soprattutto per i giovani: il ricordo, semplice e privo di enfasi, è la più solida radice della Pace.
Forse l’Autore non tornerà più a S.Matteo. Ma, sono sicuro che i volti di quella gente così altruista, le case della frazione di Viadana, i colori, i suoni, i profumi della «Corte Turchetti» continueranno ad accompagnarne il resto dell’esistenza al pari dell’immagine desolata del paese natìo alla fine della guerra che costrinse molta gente, come lui, ad andarsene verso mete lontane in cerca di un futuro che Castelforte non poteva più assicurare.
 
Armando Cusani
Presidente della Provincia