Affetti Dispersi
SINTESI Nel volume si narra della popolazione castelfortese investita dagli eventi bellici del 1943-1944. Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi si insediano anche a Castelforte, paesino posto lungo la linea Gustav; il 23 settembre mettono in atto la deportazione verso i lager della Germania di tutti gli uomini nati tra il 1900 e il 1925. Successivamente, per l’incalzare degli eventi bellici, ordinano l’evacuazione totale del paese, ma la popolazione si rifugia sulle montagne circostanti convinta di poter presto tornare per l’imminente cessazione delle ostilità. Ciò non avviene e con l’incalzare della cattiva stagione la gente rientra alla spicciolata in paese. Qui, però, gli attacchi degli Alleati si sono intensificati e la situazione è sempre più difficile e precaria, al punto che gli occupanti tedeschi decidono un forzoso sfollamento di tutti i cittadini verso Roma e verso il Nord Italia, dopo rastrellamenti effettuati con metodi minacciosi e brutali. Viene quindi allontanata gran parte della popolazione; una parte esigua, invece, riesce a nascondersi e a rimanere in zona. Ma a primavera, in vista dell’attacco decisivo degli Alleati alla linea Gustav, i combattimenti diventano sempre più violenti e frequenti e ai residenti non rimane che tentare la fuga oltre la linea del fronte, attraverso i campi minati, per raggiungere il territorio alleato. Tra le mine e il fuoco dei Tedeschi molti muoiono o rimangono feriti o mutilati. Poi finalmente la liberazione di Castelforte il 13 maggio 1944 e il graduale rientro degli sfollati; dal Sud, prima; dal Nord dopo il 25 aprile 1945. Comincia ora la bonifica del territorio e la ricostruzione del paese, ma per chi non trova più nulla, nemmeno un lavoro, non rimane che una nuova partenza, questa volta volontaria e spesso oltremare. Si determina così una massiccia migrazione che spopola il paese. Il processo di rinascita sarà lungo e difficile e nulla sarà più come prima, anche per i moderni fenomeni di urbanizzazione di massa. Per il martirio subito al Comune è stata conferita, con Decreto del Presidente della Repubblica, la Medaglia d’Oro al Valor Civile.
LE «RADICI» SPEZZATE
Giuseppe Di Pastena aveva diciotto anni, i tratti delicati, un grande amore per il mare, il canto, la vita. Come altri, il giovane, allievo dell’Istituto Nautico di Gaeta, aveva preso la via dei monti per sottrarsi ai Tedeschi, ma la mattina del 2 novembre 1943, con il fratello Edoardo ed altri coetanei di Castelforte incappò nell’improvviso e massiccio rastrellamento di un reparto dell’Afrika Korps, impiegato in quel tratto della Linea Gustav, dopo la sconfitta della Wehrmacht nella <guerra del deserto>: a piedi, sotto la minaccia delle armi, fino a Coreno Ausonio, poi da Frosinone al Campo di Reichenau (poco lontano da Innsbruck, Austria) rinchiuso in un freddo e fetido vagone di un treno merci.
Edoardo e gli altri, pur fortemente debilitati, tornarono. Lui, no. Giuseppe l’ammazzarono senza pietà che mancavano pochi giorni al Natale. E per un motivo che motivo non è. Con altri internati l’avevano portato a spalare macerie tutto il giorno e, tra calcinacci e travi crollate dopo l’ennesimo bombardamento degli aerei alleati, aveva trovato dei barattoli di sottaceti. I compagni ne mangiarono, Lui pare di no. Tornati al campo, un processo sommario e l’esecuzione, barbara e crudele, colpevoli, quei giovani, di essersi appropriati di qualcosa d’altri, in realtà soltanto di non aver resistito ad una fame incontenibile.
L’ultimo desiderio di Giuseppe fu di intonare un canto alla mamma lontana che ne avrebbe ritrovato i resti, più di trent’anni dopo, con l’aiuto del Ministro Giulio Andreotti, colpito da quella donna vestita di nero e con il viso segnato da un dolore che l’avrebbe accompagnata fin nei suoi ultimi giorni, prima di incontrare nel mondo dei giusti, dove non ci sono cannoni o fucili, quel figlio strappatole in una grigia e fredda mattina d’inverno del 1943.
Come Giuseppe Di Pastena, altre persone dei nostri paesi sono morte nei lager tedeschi. E le loro storie hanno come sfondo la deportazione di massa che, con Castelforte (all’epoca comprendeva SS. Cosma e Damiano), interessò gradualmente in quel periodo la gente di Minturno, Spigno Saturnia, Formia, Gaeta, Itri, Campodimele, Lenola, Fondi, Sperlonga, Terracina, Littoria (oggi Latina), Cisterna, Cori, Aprilia e di tant’altri comuni della Provincia verso altri paesi non ancora raggiunti dalla guerra. Nei quattro rastrellamenti subiti dalla comunità di Castelforte, furono portate via migliaia di persone. Quattromila in uno solo di essi: Il primo attacco alla Gustav era imminente (17 gennaio 1944) e la presenza della popolazione, tra l’altro esposta ad una infinità di pericoli, ostacolava la strategia difensiva dei Tedeschi, abilissimi nello sfruttare il riparo delle macerie o l’orografia del terreno per contrastare gli affondi delle truppe alleate.
Una situazione insostenibile: molte persone, intere famiglie tentarono di raggiungere gli schieramenti degli Alleati avventurandosi nei campi minati. Alcuni riuscirono, altri saltarono sulle mine e avrebbero trovato pietosa sepoltura solo dopo la risolutiva offensiva dell’11 maggio 1944. Quanti riuscirono a superare i terreni minati e raggiungere gli Alleati attestati oltre il fiume Garigliano furono accolti, lavati, interrogati e rifocillati, per poi essere trasportati in vari centri del Sud, Carbone, Castrovillari, Cittanova, Corigliano Calabro, Fagnano Castello, Maratea, Mondragone, Mussomeli, Pisticci, Sala Consilina, S. Maria Capua Vetere, Sessa Aurunca, Siderno. Per la maggior parte, il tragitto fu nella direzione inversa, verso Altivole, Asolo, Boretto, Brescello, Casaleone, Castelmassa, Castelnovo Bariano, Gonzaga, Marcarìa, Mason Vicentino, Montagnana, Narni, Ostiglia, Quistello, Rovato, San Benedetto Po, San Martino dell’Argine, Saonara, Viadana e frazione San Matteo, Villimpenta e frazione Pradello, e tanti altri paesi dove la gente del Nord si prodigò verso tutti, assicurando cibo, vestiario, un tetto e un lavoro.
C’erano disposizioni precise del governo di Salò a proposito degli sfollati. Ma la gente del Nord andò ben oltre accogliendo donne, uomini, bambini, anziani come se appartenessero alla loro stessa famiglia: un calore e una solidarietà che mai nessuno potrà dimenticare.
Quando la guerra finì, ecco il ritorno a casa. Ma quale casa ……. A parte la torre medioevale – segno di un’identità che i cannoni non riuscirono a distruggere – di Castelforte non era rimasto in piedi nulla. Macerie e poi ancora macerie. Chi poteva essere d’aiuto nella ricostruzione del paese, rimase, ma alla maggior parte delle persone non restò che la strada dei campi profughi di Roma, Gaeta e Latina dove almeno un pasto caldo e un ricovero erano assicurati.
E anche quando più evidenti furono i segni della ricostruzione del paese, intere famiglie furono comunque costrette ad andarsene per sempre perché non c’era lavoro e quel poco che c’era non dava di che mangiare per tutti. L’imbarco sui transatlantici “Andrea Doria”, “Cristoforo Colombo” e “Leonardo da Vinci” fu per molti la scelta estrema per poter realizzare in America il sogno di una vita diversa e finalmente dignitosa.
Dunque, un esodo dietro l’altro: per sfuggire alla guerra prima; per le conseguenze della guerra poi. Se ne sapeva poco. «Affetti dispersi» di Ezio D’Aprano è il felice tentativo di iniziare a colmare un vuoto nella storia contemporanea di un paese rimasto profondamente segnato dalla dispersione della sua popolazione. A distanza di oltre sessant’anni, l’Autore ha recuperato una documentazione rilevante e dato voce a chi, come lui, visse la condizione da sfollato. Dalle fotocopie di quei documenti ingialliti, dai racconti dei protagonisti, D’Aprano ha tratto un libro importante, che per armonia e semplicità espositiva si propone alla lettura di tutti e dei giovani in particolare. Ed è un libro che, negli anni dell’opulenza e del superfluo, insegna tante grandi e piccole cose. Per esempio, il valore della Pace, quello della solidarietà con i più deboli, l’importanza di un amico. Già, la guerra fa capire questo. E che non è duro il pane, ma è duro non averlo. Per questo non bisogna mai buttarlo.
Armando Cusani
Presidente della Provincia


























Commenti Recenti