Taccuino di guerra
SINTESI Nel libro sono riportati avvenimenti realmente accaduti di cui l’autore è stato protagonista o che ha visto direttamente. Non vi è mescolata cronaca e fantasia. “Prima che divenisse un libro – dice l’autore – questi ricordi erano destinati a rimanere nella sfera degli affetti familiari”. La progressiva scomparsa dei testimoni protagonisti e quindi la perdita di ogni memoria e ricordo e l’assenza degli avvenimenti, anche di qualche vera relazione didattica e non, rendono ancora più difficile qualsiasi storia che si voglia raccontare di quel periodo. La mancanza assoluta di qualsiasi iniziativa, rende, col passare del tempo, ancora più difficile ogni ricerca. Ecco perché l’autore continua a parlare di quella guerra: ricordare – che cosa ricordare – come ricordare – perché ricordare e condannare il conformismo e l’indifferenza. Senza memoria non c’è cultura, non c’è civiltà, non c’è umanità. Non c’è storia. La memoria è vita, la memoria è storia e la storia di Castelforte riguarda tutti, anche i morti dimenticati. Storici o pseudo storici di ogni grado non possono, né debbono o dovrebbero essere i soli depositari della memoria. Le testimonianze devono servire, oltre che a ricordare e condannare quel passato, a rendere le persone maggiormente sensibili verso quello che succede nel presente. Istituzionalizzare un ricordo, anche se può sembrare che diventi un espediente retorico, non è mai silenzio. Scriveva Stendhal: «Quando si studia il passato, facciamo un mucchio di scoperte e arriviamo al perché degli avvenimenti».
DALLA «PICCOLA CASSINO», IL MONITO DELLA MEMORIA
Trent’anni, tanta tristezza negli occhi, Hans Pinkernel era un uomo dal fare garbato e dal sorriso venato d’amarezza costantemente sulle labbra. Era un caporale del XIV Panzer Korps che, con altri granatieri e fanti della Wermarcht, difendeva la “Linea Gustav” in quello che la più recente storiografia ha dimostrato esserne il punto decisivo, definito dagli stessi soldati tedeschi “La Piccola Cassino”: gli attuali Castelforte e SS. Cosma e Damiano, allora uniti in un solo Comune.
Quando non era di servizio, Hans, che parlava bene l’italiano, andava a casa dalla famiglia di Duilio Ruggiero per sedere con loro accanto al fuoco. Deposto il Mauser, egli era solito prendere in braccio Alfieri, quattro anni, uno dei fratelli di Duilio: il calore del focolare domestico, il calore di una famiglia e di un bambino che al Caporale Pinkernel ricordavano il calore del suo focolare, il calore della sua famiglia e del suo bambino dai quali era lontano da troppi anni.
Poi, il fragore di una granata. La falce della morte non ebbe pietà della vita del padre di Duilio Ruggiero, ferì, con l’Autore, il piccolo Alfieri ed altri due fratelli. Era il 20 marzo 1944. Dinanzi a loro, il volto di Hans si rigò di lacrime e qualche sera più tardi nella baracca, dove il resto della “sua” famiglia italiana aveva trovato rifugio dopo la distruzione della casa, nel pieno di un blitz armato con una squadra di commilitoni, fece scivolare verso Duilio Ruggiero, senza farsi vedere dagli altri soldati, quel cartoccio di sale che l’Autore gli aveva cortesemente chiesto per disinfettare le sue ferite e quelle dei fratelli.
Spero, come Duilio Ruggiero, che Hans, sia tornato vivo dal suo bambino, dalla sua famiglia ad Essen. E penso che sarebbe bello e fortemente simbolico, oggi, se Duilio Ruggiero potesse restituire al caporale della Wermacht quel cartoccio di sale che ne preservò le ferite dalla cancrena e dalla morte. Chissà che un giorno non accada davvero. Intanto, proprio leggendo di Hans Pinkernel i miei pensieri sono corsi anche ai barellieri tedeschi ed alleati sui pendii di Montecassino per i quali si sospendevano le ostilità affinché, aiutandosi fra loro, potessero portare soccorso alle migliaia di feriti che le battaglie per la “Gustav” provocarono in quei lunghi mesi del ’43-’44: bagliori di luce e di umanità nella notte della guerra e dell’orrore.
I ricordi che Duilio Ruggiero ha raccolto in “Taccuino di Guerra”, sono struggenti. Sono ricordi di un uomo che la guerra ha segnato profondamente nell’anima e che, nel ricordo e nella ricostruzione degli eventi di allora, trova la forza perché la Memoria non venga rimossa ed assurga a Monito per far divenire realtà un avvenire privo di paura.
Nella direzione descritta, non contribuiscono quanti, a Castelforte e SS.Cosma e Damiano, hanno vergato su carta i ricordi di quei mesi di guerra o conservano preziosi diari, astenendosi dal divulgarne i contenuti per paure incomprensibili rispetto al superiore bisogno di formare le nuove generazioni nel culto della Libertà di ogni essere umano.
Ha ragione l’Autore quando invoca, quasi disperato, che nella sua “Piccola Cassino” sia istituito un “Giorno della Memoria”. E così dovrebbe essere in tutti i comuni della provincia. Ricordare, non per retorica, ma per educare alla Pace, per comprendere, con Essa, quale immenso valore sia quella Democrazia che i padri costituenti costruirono così faticosamente per noi.
Un popolo che seppellisce e non tramanda la sua storia, è un popolo che ha scelto di far morire la speranza. Duilio Ruggiero ricorda, scrive, “grida” per evitare che questo accada e per impedire che la barbarie di sessant’anni fa possa tornare. Non si spiega diversamente, in un’età veneranda, quel suo bisogno di salire sulle balze del Monte Ornito per poi perdersi tra gli anfratti rocciosi alla disperata ricerca della sua salvezza, quasi fosse inseguito dai proiettili delle Spandau che, in quell’inverno del ’44, lasciarono sul terreno 184 commandos alleati in un solo giorno: il bisogno di capire, la necessità di ricostruire sul campo le fasi di una battaglia per aiutare i giovani a comprendere che mattatoio di umanità sia stata la Gustav.
Senza l’aiuto di questo ottuagenenario appassionato, lucido e meticoloso, coloro i quali persero la vita sulle micidiali mine “schu” nella “Valle della Morte”, forse non avrebbero un nome e un ricordo. Forse non avrebbero un nome e un ricordo nemmeno i 115 bambini della “Piccola Cassino” dilaniati dalle granate, per i quali e per i loro coetanei di oggi e di domani, le parole di Bertold Brecht, anche per sottolineare il senso e la portata di questo libro, appaiono così appropriate da rendere superflue le mie:
I bambini giocano alla guerra.
E’ raro che giochino alla pace
perché gli adulti da sempre fanno la guerra;
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
E’ la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche agli altri bimbi
che spesso non ne hanno
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.
Armando Cusani
Presidente della Provincia


























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